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Il documento - Un’organizzazione verticale in un mondo orizzontale?

La Cgil rischia di interpretare la propria forza organizzativa come un alibi per non rinunciare alla propria struttura ormai anacronisticamente verticale. Tutto questo, mentre il mondo attorno a noi é preso da un moto di riorganizzazione attorno a strutture che molto spesso si presentano viceversa come orizzontali, diffuse e reticolari. Continuare ad agire e pensare verticalmente può rappresentare nel lungo periodo la strada maestra per la nostra ininfluenza. Più complessivamente, la Cgil non può pensare di bastare a se stessa: paradossalmente, sembra che la stagione 2001-02 abbia avuto l’effetto diffuso di una chiusura dell’organizzazione attorno alle proprie certezze burocratiche. Bisogna ricordare come permanga una crisi della rappresentanza sociale che, seppure in forme e proporzioni diverse rispetto al resto d’Europa, certo non ci autorizza a chiusure ed illusioni di autosufficienza di alcun tipo. Per questo - e la prossima conferenza d’organizzazione è chiamata a compiere scelte non più rinviabili – occorre promuovere dentro la Cgil una rivoluzione anti-burocratica, che sposti il baricentro dell’organizzazione verso il basso, liberando risorse economiche ed energie umane nel territorio in una capillare opera di re-insediamento, riconvertendo pezzi dell’organizzazione ad un’azione straordinaria di cui si sente sempre di più il bisogno.

Il nesso fra nuove forme della partecipazione e rappresentanza sindacale appare ancora un volta come la questione fondamentale. La crisi di rappresentanza si traduce nell’immediato in un fenomeno che appare generazionale ma in realtà ha radici ed effetti molto più profondi. Non c’è mai stata una riflessione vera sul concetto di rappresentanza sindacale alla luce dei cambiamenti in corso. Ripensare ai meccanismi di rappresentanza sindacale significa innanzitutto ripensare alle modalità di partecipazione  dei lavoratori e dei cittadini alla vita sindacale: ciò che è necessario é il coinvolgimento diretto in tutte le fasi di una trattativa a partire dalla costruzione di piattaforme aziendali o territoriali realmente condivise. La rappresentanza deve assumere un carattere inclusivo nei confronti dei nuovi soggetti che si affacciano sul mercato del lavoro, soprattutto se precari, e nei confronti delle fasce di popolazione sempre più emarginate - non solo socialmente, ma anche dal punto di vista culturale e politico - non con la presunzione di farsi carico di essi, ma sostenendoli nello sviluppo di un protagonismo che eviti ogni forma di divisione. Ripensare l’organizzazione alla luce di chi si vuole rappresentare vuole dire tornare ad essere pienamente una confederazione: l’unico  vero antidoto alla corporativizzazione del mondo del lavoro.

In particolare, ci sembra di poter affermare che la coincidenza fra ruoli e funzioni rappresenti oggi un ostacolo all’innovazione nell’organizzazione. In altre parole, le politiche dell’organizzazione non possono – come accade oggi - esaurirsi prevalentemente nell’ordinario funzionamento della stessa, oscurando gli spazi e le opportunità di investimenti, azioni e strategie che abbiano viceversa un carattere di straordinarietà. Per questa ragione, occorre mettere all’ordine del giorno la necessità di un cambiamento dell’organizzazione conseguibile esclusivamente attraverso mezzi per così direstraordinari. Insomma, per dirla con le parole di un arido linguaggio manageriale, sembra che il sindacato - nel proprio funzionamento quotidiano – continui a dedicare la stragrande maggioranza delle proprie risorse ad un core business che invece si assottiglia ogni giorno di più, divenendo sempre meno centrale. E’evidente infatti come un’azione vera e diffusa nella rappresentanza delle nuove condizioni sociali e di lavoro rappresenti oggi – agli occhi di molti membri e dirigenti di quest’organizzazione – un investimento pericoloso con scarse possibilità di un ritorno immediato in termini di risorse, di iscritti, di rappresentanza formale. Una considerazione di questo tipo conferma quanto dicevamo sulla straordinarietà degli strumenti: se si misura l’importanza dell’investimento – per esempio in un settore emergente che presenta bassissimi tassi di sindacalizzazione – a partire dall’attesa di un immediato ritorno in termini economici ed organizzativi, a prevalere sarà sempre una logica di tipo burocratico intesa come contabilità del proprio potere a breve termine.

Per tutte queste ragioni proponiamo una serie di questioni al dibattito in vista della prossima conferenza d’organizzazione:

Allargare la rappresentanza. Quello che un’esperienza come Nidil ha sperimentato in termini di partecipazione e di rappresentanza non tradizionale è di estremo interesse. Forse non è azzardato il parallelo con l’esperienza sindacale prima dello statuto dove le  assemblee non retribuite erano la norma e la costruzione dell’agibilità sindacale una priorità. Occorre generalizzare una nuova pratica democratica inclusiva: un obiettivo concreto potrebbe essere l’elezione di rappresentanze dei lavoratori a termine - intendendo tutti i lavoratori non a tempo indeterminato - in tutti i settori merceologici. Proponiamo quindi che le categorie destinino una percentuale fissa del monte ore connesso alle agibilità sindacali per la rappresentanza dei lavoratori non a tempo indeterminato che, spesso ricattati dalle aziende ma anche “rifiutati” dalle stesse strutture sindacali, hanno gravi difficoltà nell’accedere alla militanza. Questo potrebbe essere terreno reale dove sperimentare specifici accordi aziendali per le “loro agibilità”.

Ripartire dai luoghi di lavoro. La partecipazione dei lavoratori – di tutti i lavoratori, indipendentemente dalla tipologia contrattuale - alla costruzione dell’azione rivendicativa in azienda va garantita attraverso modalità nuove. E’ necessaria non solo l’individuazione o il rafforzamento di strumenti di democrazia diretta come i referendum, ma anche il coinvolgimento diretto dei lavoratori in tutte le fasi di una trattativa a partire dalla costruzione di piattaforme aziendali realmente condivise. Occorre garantire a tutte le RSU e alle future rappresentanze dei lavoratori non subordinati, il diritto ad emendare i testi e a sottoporre nei luoghi di gestione della vertenza le proprie tesi al voto unitario. Anche per limitare – lo citiamo come l’esempio più lampante delle nostre contraddizioni  – la pratica di escludere i lavoratori a termine o in somministrazione che pure partecipano all’aumento della produttività dai premi di risultato o dal salario logistico, nonostante lo stesso pacchetto Treu prevedesse diversamente.

Costruire nuove reti di rappresentanza inter-categoriale.I nostri obbiettivi di solidarietà e ricomposizione del lavoro possono essere conseguiti anche attraverso un rilancio dell’azione inter-categoriale e della contrattazione di filiera, di distretto, di sito, etc. Le rigidità delle controparti, interessate da un lato a mantenere un alto numero di CCNL - anche per giustificare le proprie burocrazie - e soprattutto - forti di una scomposizione dei cicli produttivi sempre più avanzata – decise a rendere più difficile l’organizzazione dei lavoratori, non possono rappresentare un alibi per non decidere. Da quanti anni parliamo di riduzione del numero dei CCNL? La rigidità dell’azione di categoria oggi rappresenta spesso il principale ostacolo sia per costruire “materialmente” forme di rappresentanza in grado di facilitare la riduzione dei CCNL sia per contrastare la frantumazione della contrattazione di secondo livello, estendendone la portata. L’azione confederale può allora superare tali limiti nell’ambito delle filiere produttive, ma solo se vi è una profonda trasformazione delle stesse categorie, che – proponiamo – debbano riconoscere i coordinamenti inter-categoriali, di filiera, di sito come nuovo livello per la costruzione delle azioni rivendicative e contrattuali, innescando in questi contesti gli strumenti di partecipazione di cui sopra, e rivendicandone l’agibilità come obiettivo prioritario nelle vertenze nazionali e aziendali.

Rilanciare le camere del lavoro . È necessario superare una concezione della Camera del lavoro vista come mero contenitore funzionariale di sportelli e di uffici delle singole categorie. Le nostre Camere del lavoro devono aprirsi ai quartieri, alle città, divenendo strumento di aggregazione per la comunità promovendo forme di mutualismo che recuperino la migliore tradizione sindacale. Pensiamo ad un grande progetto di utilizzo sociale del nostro enorme patrimonio immobiliare che porti tanti giovani – lavoratori e non – ad impegnarsi nell’attività sindacale come nell’impegno culturale e ricreativo, nelle tante lotte territoriali che emergono nelle nostre città, nei percorsi di solidarietà locale e globale come nella costruzione di servizi all’altezza dei bisogni sociali delle nuove generazioni. Le camere del lavoro devono tornare ad essere luogo di socializzazione e di creazione culturale: non è possibile che oggi l’unica offerta di socialità offerta sia quella messa in campo dal Sindacato Pensionati. Aprire le camere del lavoro non vuol dire concedere solo “qualche spazio fisico” a qualche associazione giovanile: vuol dire pensare il sindacato come luogo che costruisce aggregazione, che alimenta spazi di incontro collettivo e di conversazione democratica, confrontandosi, permettendo la contaminazione, sollecitando prima di tutto una domanda per poi mettersi a disposizione per costruire insieme le possibili risposte. Non erano le camere del lavoro i luoghi che organizzavano anche la cultura popolare? Non era il sindacato insieme all’associazionismo democratico a “liberare” lo sport, a renderlo fruibile, a garantire la conoscenza di forme di espressione artistica - dal cinema al teatro - considerate elitarie? Tornare a costruire progetti sociali e culturali con le nostre strutture e con le diverse associazioni del tempo libero - alcune delle quali sono di nostra più o meno diretta filiazione – significa contribuire alla lotta contro il disagio giovanile ed alla rivitalizzazione  della rappresentanza sociale. Non offrendo ai più giovani strumenti, spazi e servizi, pensati da noi - e quindi di dubbia efficacia - ma costruendoli insieme a loro.

Un grande progetto per la contrattazione sociale. Abbiamo bisogno di una nuova e forte confederalità che a livello territoriale sia capace di intercettare quell’enorme bacino di bisogni sociali più o meno inespressi, a partire da quelli delle nuove generazioni. Dal diritto alla casa alle politiche sociali per contrastare la precarietà, dallo sviluppo urbano alla formazione: non è più possibile rinviare un grande progetto per la costruzione di una vera contrattazione confederale territoriale, che sia capace di costruire percorsi di lotta e di vera partecipazione capaci di andare al di là dei confini della rappresentanza tradizionale. Per questo occorre rafforzare anche dal punto di vista organizzativo e finanziario la dimensione confederale a livello locale, orientandola fortemente verso l’investimento nei confronti del territorio  e delle persone che lo abitano: non un’articolazione burocratica ma l’istanza fondamentale attraverso cui la Cgil rende evidente il proprio impegno per il rafforzamento del legame sociale. La costruzione di una piattaforma “sociale” deve assumere la dignità di un contratto di secondo livello. Va cioè costruita – sia che si parli di sanità che di asili nido, di urbanistica o di politiche culturali – attraverso meccanismi certi di partecipazione: assemblee di cittadini e lavoratori, referendum, consultazione in entrata ed in uscita. Non bastano i dibattiti in direttivo – spesso fatti e ascoltati da pochi – per aprire nuove lotte sul terreno del “salario sociale” ed una nuova stagione di vertenzialità diffusa. 

Oltre la catena di comando: sburocratizzare la Cgil. La Cgil non può essere un’organizzazione di segretari generali in cui si moltiplicano i livelli gerarchici troppo spesso solo per delle mere ragioni di consenso. Occorre rivedere in profondità il rapporto fra ruoli e funzioni. In particolare, occorre ripensare il rapporto fra strutture decisionali e strutture che viceversa debbono produrre competenza, elaborazione e formazione: occorre riconvertire pezzi consistenti dell’organizzazione dal primo al secondo compito, oggi assolto in modo assolutamente inadeguato. L’ipertrofia di molte strutture confederali non si giustifica soprattutto alla luce della loro scarsa capacità di produrre elaborazione e formazione: l’organizzazione non può più funzionare come un’interminabile catena di comando ma deve ripensarsi in aree di interesse e competenza, in priorità sindacali anche di natura straordinaria. Nel quadro di un radicale rinnovamento generazionale, occorre pensare a forme di progressione all’interno dell’organizzazione che prescindano dalla nostra anacronistica struttura gerarchica ed a forme organizzative che siano agili e flessibili: gruppi di lavoro, aree di competenza, gruppi di gestione di campagna. Bisogna in altre parole asciugare il bacino della decisione ed inventare un nuovo bacino dell’elaborazione, dall’animazione e del re-insediamento.

Per una politica dei quadri e della formazione e non delle cordate. Non è più tollerabile il ritardo dell’organizzazione nella promozione di quadri giovani ed immigrati nell’ambito delle strutture confederali e di categoria: si tratta di un ritardo che pesa gravemente sulle possibilità di crescita del sindacato e delle sue capacità di rappresentanza. La politica dei quadri deve farsi sempre più confederale e deve essere sottratta al controllo di cordate e gruppi di potere. Riteniamo inoltre che in presenza di una seria politica dei quadri, che possa rendere effettive le scelte dell’organizzazione, non siano necessarie forme d’autoregolamentazione. Comunque, su questi temi, è opportuno aprire una riflessione nell’organizzazione, per valutare se essa non necessiti invece di meccanismi interni che rafforzino tali obbiettivi di ricambio generazionale. In questo caso bisognerebbe però immaginare strumenti che possono incidere sul rinnovamento complessivo e sostanziale della Cgil. Inoltre, occorre un grande progetto per la formazione, data anche l’accidentalità e difficoltà dei percorsi di sindacalizzazione/militanza sui luoghi di lavoro.  Da questo punto di vista, probabilmente, si è fatto male ad abbandonare la tradizione: occorre una nuova scuola di formazione sindacale che non si limiti all’addestramento ad un iper-tecnicismo contrattuale che rischia di condannarci all’incomprensione di quello che rimane fuori dai suoi schemi. Un nuovo progetto formativo deve saper coinvolgere con efficacia anche le risorse esterne: occorre, da questo punto di vista, costruire un rapporto non ingenuo con il mondo universitario – pensiamo che l’accademia non vada né ignorata né venerata -  che abbia l’ambizione di un nuovo progetto culturale.

Le campagne per un’azione straordinaria del sindacato. Proponiamo che la confederazione apra una riflessione profonda sullo strumento della campagna, da intendere come possibile sintesi di quel bisogno di flessibilità, mobilità e straordinarietà che inevitabilmente deve caratterizzare un investimento in un settore a scarsa sindacalizzazione. Non pensiamo alla campagna tradizionale che troppo spesso si esaurisce in una pur gradevole serie di classiche manifestazioni ed iniziative seminariali, ma a vere e proprie campagne di sindacalizzazione con obbiettivi e strumenti chiari e che siano capaci di andare a scovare le persone cui siamo interessati, senza aspettare che queste vangano da noi, cosa che molto probabilmente non accadrà. In particolare, ci sembra che l’esempio diffuso in diversi sindacati europei dello sviluppo di vere e proprie campagne confederali per la sindacalizzazione dei giovani lavoratori debba essere oggetto della nostra attenzione. E’evidente a tutti come la frantumazione e dispersione del ciclo produttivo interroghi il sindacato nella sua capacità di disporre di un’inedita capacità di mobilitazione. Lo strumento della campagna deve rispondere a questo bisogno: occorre portare il sindacato ai “cancelli” dei luoghi di lavoro normalmente irraggiungibili, nei luoghi del consumo e del divertimento, fuori dalle scuole e le università, nelle periferie delle grandi città come nella provincia profonda. Occorre, in altre parole, promuovere una forma di socializzazione primaria al sindacato senza la quale appare impossibile qualsiasi ragionamento sulla rappresentanza. Ad una generazione mobile caratterizzata da nuovi modi di agire occorre far corrispondere un sindacato mobile e dotato di strumenti nuovi.    

Le risorse: spendere meno, meglio e nei luoghi giusti. Occorre promuovere uno spostamento consistente di risorse economiche ed energie umane dai livelli burocratici al territorio, a sostegno di quell’opera di re-insediamento cui abbiamo accennato. Non si tratta di interventi indolori: investire risorse laddove il sindacato necessita di radicarsi e crescere presuppone un impegno strategico del livello confederale nell’implementare una redistribuzione solidale tra le differenti categorie. E’ evidente che l’impegno sul re-insediamento deve essere oggetto di una vera e propria progettazione, valutazione e valorizzazione.

Confronto e partecipazione oltre la ritualità. Confidiamo che un sindacato maturo sia capace di organizzare il proprio pluralismo interno non sulla base delle divisioni partitiche e di ceto politico proprie di una sinistra politica ormai – anche culturalmente – esausta, ma sulla base di diverse opzioni programmatiche e culture sindacali. Bisogna riportare al centro della vita sindacale il valore del confronto democratico disinteressato e della crescita collettiva . Fortunatamente, esistono molte esperienze positive che dimostrano come gli organismi possano funzionare e le discussioni sui luoghi di lavoro possano essere reali. Viceversa, troppo spesso, si ha l’impressione che negli organismi direttivi si sia radicata una certa ritualità esteriore: nella discussione di solito i protagonisti sono soltanto coloro che rivestono ruoli di rappresentanza di porzioni di organizzazione e talvolta il dibattito si ingessa e si riduce al posizionamento “politico” dei segretari, escludendo di fatto dal confronto democratico un ampio numero di compagni. In particolare, la partecipazione dei giovani o é nulla, oppure ancora peggio, si risolve in una acritica imitazione delle pratiche delle generazioni più adulte. Per questo occorre avviare una riflessione sul funzionamento degli organismi interni, riprendendo da un impegno forte sui luoghi di lavoro e nei territori che sappia rilanciare il nostro carattere irrinunciabile di Sindacato generale e non degli iscritti. Non c’e’ mai stato così tanto bisogno di forze organizzate che capillarmente promuovano il costume della discussione e del confronto democratico.

Oltre la comunicazione unidirezionale. Lo iato fra le potenzialità comunicative del sindacato e la realtà dei suoi modelli di comunicazione é impressionante. Basti un esempio: il portale nazionale della Cgil ha un rilevantissimo livello di contatti, questo senza che si produca una riflessione su come ulteriormente implementarlo anche attraverso il ricorso a forme interattive. La Cgil non può essere l’ultima grande organizzazione a resistere sul fronte di una comunicazione unidirezionale. Da questo punto di vista non dobbiamo avere paura dei legami deboli, di utilizzare anche la comunicazione e il web per costruire partecipazione e socializzazione, basti pensare allo straordinario successo che tra le giovani generazioni hanno ricevuto blog e mailing list. Oggi le forme tradizionali della partecipazione militante non possono essere l’unico strumento per intercettare i bisogni e costruire socialità, dobbiamo immaginarne di infiniti, accogliendo le molteplici forme di partecipazione, se non vogliamo correre il rischio di vedere svuotata la nostra azione in servizio relegando il lavoratore in una condizione di semplice utente. Una proposta concreta, soprattutto se immaginata per esperienze vertenziali caratterizzate da alta frammentazione o addirittura dalla presenza di uno o due lavoratori per impresa  - pensiamo alla contrattazione territoriale in alcuni ambiti del settore artigiano, o ancora a settori come quello del lavoro di cura diffuso -  potrebbe essere quella di sperimentare la costruzione di un canale per la partecipazione telematica in sede di costruzione delle vertenze. Forme non alternative ma aggiuntive agli strumenti e alle forme già sperimentate, in grado di permettere, attraverso modalità certificabili, la partecipazione del maggior numero di lavoratori.

Autore: ilarialani Categoria: Il documento in discussione Letto 729x volte martedì, 15.05.07 17:37:00 Permalink Punti "Karma": 1. Ti piace questo articolo? [SI/NO]

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