Noi parliamo la nostra lingua
Nelle ultime settimane la stampa si è interessata al nostro blog, anche a seguito dell'articolo pubblicato recentemente da Rassegna Sindacale.
Ovviamente non sono mancate le strumentalizzazioni, capofila il quotidiano Europa, che martedì scorso ha colto l'occasione per annunciare trionfante: "in cgil gli under 35 parlano la lingua di Giavazzi"!
Abbiamo ritenuto utile inviare una lettera al direttore del quotidiano Europa che è stata pubblicata stamani in prima pagina. Ecco il testo:
Fa tristezza vedere come la stampa italiana pratichi con facilità una certa fuga dalla complessità del reale a favore della riduzione di questo alla noiosa quotidianità politica del nostro paese. Ci riferiamo, in particolare, al titolo e ad alcune parti dell’articolo comparso su queste colonne il 2 ottobre in cui si dava notizia (e di questo, ovviamente, la ringraziamo) dell’esistenza di un blog animato da alcuni giovani sindacalisti e militanti della Cgil.
Il titolo dell’articolo annunciava trionfante che i giovani della Cgil sposavano le tesi sostenute in più occasioni da Giavazzi.
Naturalmente, data l’irreperibilità di tracce di fervore liberista nelle dichiarazioni delle persone interpellate, l’effetto comico era assicurato. Da lì una perfetta dimostrazione del conflitto padri/figli cui le tesi liberiste dedicano tanta attenzione: da un lato i figli che cercano di elaborare con impegno e fatica un proprio discorso pubblico, dall’altro i padri che spesso cercano di negarlo, piegandolo ad altre esigenze e linguaggi. Frequentando i forum del blog ci si accorge immediatamente come le nostre discussioni muovano in tutt’altra direzione, quella di tante lavoratrici e lavoratori, non solo giovani, che troppo spesso vivono sulla loro pelle la crisi del valore del lavoro, la caduta della libertà e dignità sul posto di lavoro, l’indebolimento di diritti fondamentali.
Oggi viviamo in una società nella quale tutti i costi di un mercato più rischioso vengono costantemente scaricati sui più deboli, rompendo il senso di responsabilità che aveva legato l’impresa al territorio e al lavoro. Pertanto non riteniamo corretto parlare di fine del conflitto tra capitale e lavoro, come riporta l'articolo, semmai dobbiamo riflettere su come nell’economia di oggi vengono trasformati i rapporti tra capitale e lavoro, attraverso la rarefazione delle responsabilità, lo spezzettamento delle filiere produttive, la fuga verso la rendita ed il senso di insicurezza che invece ricade sul mondo del lavoro, in primis quello precario.
E quando affrontiamo il problema drammatico della precarizzazione dei rapporti di lavoro non parliamo soltanto dell’incertezza dovuta alla discontinuità del reddito, parliamo soprattutto dei diritti e della dignità troppo spesso calpestata e dell’impossibilità di esprimere la propria professionalità con autonomia e libertà. Quando un lavoratore non ha i diritti sindacali e può subire continuamente il ricatto dell’interruzione del rapporto di lavoro, quando come nel lavoro a progetto tutte le condizioni contrattuali, dall’orario al compenso, vengono imposte dal datore e non si ha una prospettiva di formazione e crescita professionale dentro l’azienda, occorre chiedersi dove sia la libertà nell’esercizio del proprio lavoro.
Sono queste le domande che ci dobbiamo porre oggi se crediamo di voler costruire un paese dove il lavoro torni ad essere un valore per l’individuo e la collettività e contemporaneamente fattore di sviluppo di un’economia che come più volte abbiamo detto deve guardare alla qualità dei propri prodotti e processi.
La redazione del blog “immaginiamo i prossimi 100 anni”
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complimenti per il sito!
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